C’era una volta il campionato più bello del mondo. C’era una volta il campionato dove ogni anno arrivava sui nostri campi il fior fiore, l’elite del calcio internazionale. C’era una volta la Serie A di Maradona, Zico, Platini, Van Basten, Gullit, Rummenigge, Matthaeus, Klinsmann e tanti altri. E in tempi più recenti c’è stata anche la Serie A di Ronaldo, Zidane, Shevchenko, Weah, Batistuta. C’era una volta e purtroppo, ahinoi, non c’è più. E’ finita l’epoca delle spese pazze, dei campionati pagati a suon di miliardi. Ma, aspetto ancora peggiore, è finita l’attrattività universale del campionato italiano, oggi retrocesso a torneo di categoria inferiore al cospetto dei colossi Liga, Bundesliga e Premier League, col rischio di subire altri sorpassi da tornei che nemmeno troppo tempo fa sembravano davvero lontani. Ci siamo ormai rassegnati all’idea di non vedere più i campioni della nuova generazione, e il fatto che i club nostrani siano alle prese con un lungo periodo di vacche magre conta relativamente. Quello che è cambiato è lo scenario, l’appeal: un tempo dettavamo legge, oggi invece gli altri Paesi hanno saputo rilanciare alla grandissima i loro campionati, con stadi nuovi, iniziative di marketing vincenti, mentre noi siamo rimasti fermi al palo.
Viviamo tempi difficili, “tempi bastardi” come da tormentone dell'ex cabarettista di Zelig Alberto Patrucco. Tempi dove ormai in Serie A non vuole arrivare più nessun nome di grido, dove le nostre società subiscono passivamente la potenza concorrenziale di club decisamente più ricchi di risorse oltre che di fascino, e questo non vale solo per i giocatori, ma anche e soprattutto per i potenziali investitori. Arrivano frotte di investitori arabi, russi e di Emirati vari che scelgono qualsiasi rotta tranne che quella nazionale, acquistano società e per queste spendono vagonate di milioni nella pressoché certezza di ritorni economici stratosferici vista la fertilità del terreno. E contro i panciuti portafogli di sceicchi e oligarchi, è davvero difficile competere: una disparità che purtroppo sta cambiando la percezione degli investimenti possibili intorno ad un pallone.
Concorrenza spietata esterna alla quale purtroppo si aggiunge troppo spesso uno squilibrio di forze anche interno: ci sono anche all’interno dei singoli campionati club che possono spendere di più o di meno, una disparità forte in Italia dove l’unico club ad avere sin qui messo le maggiori risorse è quello che timidamente si sta avvicinando agli standard europei moderni, mentre altri fanno i conti con gestioni sempre più onerose, ma anche in altri Paesi: viene in mente l’esempio della Spagna, dove la forbice tra il duopolio Real-Barça e il resto del gruppo si nota non solo in campo, ma anche sul piano dei bilanci. Il modello armonioso della Bundesliga è senz’altro fonte di ispirazione ma difficile da applicare a breve termine. Insomma, c’è un calcio che va a due velocità da qualunque prospettiva lo si voglia vedere. E per fare fronte a questo spread, ci vogliono indubbiamente soluzioni forti: il Fair Play Finanziario tanto strombazzato da Platini, ad oggi, sembra più un paliativo, oltretutto pianificato sul lungo termine e ad oggi osservato solo da pochi alunni diligenti. Qui ci vuole aria nuova, aria di scelte anche drastiche.
Platini ha rilasciato alla Gazzetta dello Sport parole che fanno riflettere, sottolineando come le Nazionali, nel quadro di visione dell’Uefa, siano più importanti dei club, come audience televisiva e come impatto sul pubblico. Platini che si gode il buon successo organizzativo di Euro 2012, si prepara all’Europeo allargato a 24 che si disputerà tra quattro anni a casa sua in Francia, e che per le prossime edizioni sogna un evento da organizzare in 12 città d’Europa. Platini che insomma pare al momento avere occhi solo per le Nazionali. E allora, perché non cogliere la palla al balzo? Perché non iniziare davvero a progettare questa benedetta Superlega europea, ma intesa come torneo non alternativo alla Champions, ma come vera e propria lega transnazionale in stile Nba, da affidare ad un organismo indipendente, che possa accogliere non solo i grandi club ma più squadre per ogni nazione, per poi strutturare una serie di categorie come avviene oggi per i singoli Paesi? Un campionato su base continentale, insomma.
Una Superlega dove, soprattutto, le condizioni economiche e competitive siano pari per tutti, dove ci possa essere una sorta di salary cap in modo tale che nessuno possa lasciarsi andare a spese folli a discapito di altri (una cosa che a livello nazionale vedo francamente difficile da applicare). In quanto ai tornei nazionali, potrebbero restare in vita anche per dare spazio alle giovani leve, cosa che oggi avviene con difficoltà.
Si perderebbe il sapore romantico del calcio, è fuori di dubbio. Ma in tempi come questi, in situazioni come queste, ci vogliono scelte forti, innovative, rivoluzionarie. “Mi alzo al mattino con una nuova illusione, prendo il 109 per la Rivoluzione”, cantava Rino Gaetano in “E io ci sto”. Chissà che quel pullman, tram o altro mezzo non specificato possa portare davvero alla rivoluzione, o se rimarrà solo un’utopia. Ma è sempre meglio pensare alla rivoluzione che assistere all’immobilismo colpevole del pallone nostrano…
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