Parola d'ordine: consapevolezza. Rispetto al giugno 2023, quando Inter e Manchester City si affrontarono nella finale di Istanbul, ne è passata un po' di acqua sotto i ponti. Allora la squadra nerazzurra, gettato al vento in campionato con largo anticipo, si trovò a giocarsi l'ultimo atto della competizione in modo del tutto inatteso, ma non per questo immeritato. Finì come tutti sappiamo, con tanto amaro in bocca per non essere stati inferiori alla corazzata inglese e aver lasciato il trofeo nelle sue mani solo a causa del classico episodio.
In tempi di reunion dalle parti di Manchester, non poteva mancare anche quella tra Pep Guardiola e Simone Inzaghi, nella replica di quella finale. E come nei giorni antecedenti al 10 giugno 2023, anche stavolta il manager spagnolo ha a lungo tessuto le lodi dell'Inter, sottolineando ancora più marcatamente le sue qualità, tali da considerarla una seria candidata alla vittoria della Champions. Parole che in molti hanno tacciato di ruffianaggine, e forse un pizzico ce n'è quasi a esorcizzare o giustificare in anticipo un'eventuale brutta serata. Però a bocce ferme, dopo lo 0-0 dell'Etihad Stadium, forse forse Pep diceva la verità e ne era convinto. Perché il suo Manchester City, evento più unico che raro, è rimasto a bocca asciutta davanti al proprio pubblico e ha più volte rischiato di mandarlo a casa con una sconfitta sul groppone.
Classica partita in cui si gioca da pari a pari, in cui a decidere può essere un evento fortuito e nessuna meriterebbe di vincere o perdere. E forse è questa la grande notizia per l'Inter, reduce dalle critiche post-Monza: giocarsela alla pari, ancora di più rispetto a Istanbul, contro una squadra costruita a suon di milioni per vincere, anzi stravincere. I nerazzurri oggi vengono considerati a ragione tra le big d'Europa e non per i complimenti altrui, piuttosto per quello che mostrano in campo. organizzazione, personalità, qualità di gioco e chi più ne ha più ne metta. Inzaghi di certo non aveva bisogno dei complimenti di Guardiola per sapere il livello e la consapevolezza raggiunti dalla propria squadra, confermato su uno dei peggiori campi da calcare.
Difficile, anzi impossibile trovare un giocatore che non abbia fornito una prestazione convincente, perché tutti, chi più chi meno, hanno contribuito alla mole di lavoro difensiva e offensiva prodotta nei 96 minuti di Manchester. E il grande ramamrico è quel braccino corto al momento di affondare il colpo, dopo aver creato le premesse ideali per farlo. Lì sì che bisogna crescere e le qualità per riuscirvi non mancano. Ora comunque c'è da essere molto soddisfatti per un pareggio che tende verso la vittoria, non nel punteggio ma nella strategia. Quella messa in atto dai nerazzurri ha funzionato ed è stata più efficace rispetto a quella degli avversari, abituati evidentemente a trovare più spazi tra le maglie che affrontano.
Forse l'immagine più significativa è quella al fischio finale tra Haaland e Acerbi, quando con il sorriso il norvegese fa notare al centrale dell'Inter che gli ha tenuto la maglia per tutta la partita. Al di là della simpatia del confronto, rappresenta perfettamente la ferrea volontà nerazzurra di portare a casa il risultato senza permettere agli avversari di credere alla vittoria. Guardiola già ne era consapevole, adesso anche quel fenomeno con il numero 9 avrà capito che Istanbul non è stato un caso.
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